Come riconoscere un DeepNude fake
Le dita storte non bastano più. Cinque controlli in ordine di utilità — dai pixel ai metadati alla foto di partenza — e il punto preciso in cui ognuno smette di dare risposte.
Il punto
Non c'è un dettaglio che da solo smaschera un falso. Le sei dita e le ombre impossibili sono diventate rare, e su un volto sintetico l'occhio non basta: uno studio pubblicato su PNAS nel 2022 ha concluso che quei volti sono ormai indistinguibili da quelli reali e vengono perfino giudicati più affidabili. Quello che regge è la catena: da dove arriva il file, cosa resta nei suoi metadati, se esiste ancora la foto vestita da cui il falso è partito.
Sotto, cinque controlli in ordine di utilità e il punto in cui ciascuno smette di funzionare. I servizi che generano queste immagini, con prezzi e condizioni, sono nella classifica della redazione.
Il metodo
Cinque controlli, dal più debole al più solido
L'ordine è il rovescio di quello abituale: si comincia dai pixel perché costa zero, ma le prove stanno nel file e nella sua storia, non nella pelle.
Mani, gioielli e punti di contatto
Un modello che rifà una porzione di immagine non copia: ricostruisce una zona plausibile a partire da quello che le sta intorno. Sbaglia dove la forma è rigida e ripetitiva — una catenina, la montatura di un orecchino, una cucitura, una scritta — perché lì un millimetro fuori posto si vede, su una spalla nuda no. Perché ricostruisca invece di copiare lo spiega il riempimento dell'area cancellata, passo per passo.
La regola pratica è guardare i punti di contatto, non le superfici: dove una mano poggia sul fianco, dove una spallina incontra la clavicola, dove i capelli passano davanti alla pelle. È lì che una parte vera e una ricostruita devono combaciare, ed è lì che di solito non combaciano. Secondo controllo, gli elementi doppi: due orecchini che non sono lo stesso orecchino, due unghie di lunghezza diversa sulla stessa mano. Tutto questo funziona solo a dimensione piena — e vale il rovescio di quello che si crede: trovare un difetto è un indizio, non trovarne non è una prova.
La luce che non segue e le texture che si ripetono
Questa famiglia di strumenti non genera un'immagine intera: sostituisce una regione e lascia intatto il resto. Da qui il controllo più specifico che si possa fare su un finto nudo — confrontare la zona rifatta con quella originale, che nella stessa foto è ancora lì. Se la luce arriva da sinistra sullo sfondo e le ombre del corpo cadono verso il basso, le due metà non sono state illuminate dalla stessa lampada. Chi produce l'immagine intera non lascia questo tipo di cucitura: cosa distingue un generatore da un servizio che modifica una foto.
Il secondo segnale è la ripetizione: la pelle ricostruita diventa una superficie uniforme, senza la grana irregolare dei pori, e un tessuto ricostruito ripete lo stesso motivo a intervalli regolari. Il terzo è il bordo — intorno alla zona rifatta capita di vedere un alone più morbido o più nitido del resto. Su un fermo immagine questi segnali sono deboli; su un filmato diventano leggibili, perché l'incoerenza si ripete fotogramma dopo fotogramma: è una delle ragioni per cui un falso in movimento costa molto più di uno statico.
Cosa resta dentro il file
Ogni scatto uscito da una fotocamera porta con sé una scheda tecnica: apparecchio, obiettivo, tempo di posa, data, a volte le coordinate. Sono i dati EXIF e si leggono dalle proprietà del file, senza installare niente. Un ritratto che dichiara una reflex, un diaframma e un orario coerente ha una storia; un file che non dichiara nulla è solo un file — e qui sta il punto delicato.
L'assenza di metadati non prova nessuna manipolazione, perché a toglierli basta un passaggio qualsiasi. Lo abbiamo misurato su un caso pulito: il file di prova distribuito con l'implementazione di riferimento dello standard C2PA, 166 864 byte con dentro il manifesto firmato dell'origine, riaperto e risalvato con il convertitore già presente nel sistema operativo, senza toccare un pixel. È sceso a 68 044 byte e del manifesto non è rimasto niente. Vale anche per noi: le illustrazioni di questo sito sono prodotte con l'intelligenza artificiale e nessuna porta una marcatura leggibile da una macchina, perché la conversione in WebP l'ha rimossa. Resta la dichiarazione scritta, nel modo in cui segnaliamo le immagini prodotte con l'IA.
Ritrovare la foto da cui è partito
È il controllo che dà la risposta più netta, perché non riguarda l'immagine sospetta ma la sua gemella. Un finto nudo nasce quasi sempre da un ritratto esistente e lo lascia riconoscibile: stessa posa, stesso sfondo, stessa inquadratura. Se quel ritratto era pubblico — una foto profilo, uno scatto in un album condiviso — la ricerca inversa lo riporta a galla vestito, e il confronto chiude la questione senza ingrandire niente.
Si fa caricando l'immagine, non scrivendo parole: la guida di Google spiega come cercare partendo da un file, e lo stesso meccanismo esiste sugli altri motori. Conviene provarne più di uno: gli indici sono diversi. I limiti sono due. Uno tecnico: un ritaglio stretto, un'immagine specchiata o un forte cambio di colore bastano a far fallire la corrispondenza. L'altro è più duro — se la foto di partenza non è mai stata pubblica, non c'è nessun indice in cui cercarla.
La marcatura che dovrebbe esserci
Uno standard pensato proprio per questo esiste: le Content Credentials della coalizione C2PA, un blocco firmato dentro il file che dice con cosa è stato creato e cosa è stato fatto dopo. Si legge trascinando il file nel lettore pubblicato dallo standard stesso. Dal 2 agosto 2026 non è più solo una buona pratica: l'articolo 50 del regolamento europeo sull'intelligenza artificiale obbliga chi fornisce sistemi che generano immagini sintetiche a marcare gli output «in un formato leggibile meccanicamente», e chi usa il sistema in un'attività professionale a rendere noto che un deep fake è artificiale; per i sistemi già sul mercato il termine è il 2 dicembre 2026.
In pratica la marcatura si trova di rado, per un motivo che lo standard stesso mette nero su bianco: il manifesto è incorporato nel file, ma «può esserne separato», tanto che C2PA ha dovuto affiancargli filigrane invisibili e impronte per ritrovarlo quando viene rimosso per errore o di proposito. Ogni chat, piattaforma o schermata lungo la catena è un'occasione perché sparisca. Una marcatura presente è una prova forte; la sua assenza non è una prova di niente. Una foto passata da un contatto automatico in chat ne è l'esempio più comune: dove finisce l'immagine inviata a un bot.
Colpo d'occhio
Otto indizi e quanto pesano davvero
La terza colonna è quella che manca negli elenchi in circolazione: non tutti gli indizi valgono uguale, e alcuni valgono solo insieme ad altri.
| Indizio | Cosa suggerisce | Quanto pesa |
|---|---|---|
| Esiste la stessa foto, vestita | La seconda immagine è stata costruita sulla prima. | Decisivo: posa e sfondo identici non capitano due volte. |
| Il file dichiara un generatore | Chi lo ha prodotto lo ha scritto nel file. | Forte, ma si trova quasi solo sui file appena scaricati. |
| Ombre in due direzioni diverse | Due parti dell'immagine non hanno la stessa luce. | Buono se la zona intatta è ampia; nullo su sfondo uniforme. |
| Alone o stacco lungo un contorno | Confine tra la parte originale e quella ricostruita. | Buono a dimensione piena, invisibile dopo una ricompressione. |
| Gioielli e cuciture deformati | Forme rigide ricostruite a occhio dal modello. | Medio: i modelli recenti sbagliano molto meno. |
| Pelle senza grana, tessuto che si ripete | Superficie generata invece che fotografata. | Medio, e si confonde con un ritocco di bellezza. |
| Nessun dato EXIF nel file | Solo che il file è passato da qualche parte. | Quasi nullo: lo fa qualsiasi piattaforma, su qualsiasi foto. |
| Un sito dichiara «97% falso» | Un rilevatore automatico ha dato un punteggio. | Da non usare come prova: vedi qui sotto. |
Le due righe in alto sono le sole che, da sole, spostano una conclusione. Tutte le altre contano solo sommate, e nessuna dimostra che un'immagine sia autentica.
FAQ
Quattro domande su verifica, prove e strumenti
Risposte basate su quello che abbiamo misurato sui file, sul testo delle norme europee e su ricerche pubblicate.
Esiste un modo sicuro al 100% per riconoscere un'immagine generata?
No, e chi lo promette sta vendendo qualcosa. Il risultato più solido si ottiene ritrovando la foto originale da cui il falso è partito: quando posa, sfondo e inquadratura coincidono, la manipolazione è dimostrata. Tutti gli altri controlli danno indizi che pesano solo se si sommano.
Se un file non ha dati EXIF vuol dire che è falso?
No. Basta un salvataggio per perderli. Nella nostra prova un file con dentro un manifesto di origine firmato lo ha perso al primo passaggio nel convertitore di sistema, dimezzando anche il peso. L'assenza di metadati dice solo che il file è passato da qualche parte.
I siti che analizzano una foto e danno una percentuale sono affidabili?
Sui falsi realmente circolati in rete perdono gran parte della capacità che dichiarano sui dataset di laboratorio, e nessuno arriva al livello di un analista forense. In più chiedono di caricare l'immagine su un server sconosciuto: se ritrae una persona reale, è un passaggio da evitare.
Le immagini generate devono essere etichettate per legge?
Sì: l'articolo 50 del regolamento europeo sull'IA, applicabile dal 2 agosto 2026, impone a chi fornisce il sistema di marcare gli output sintetici in formato leggibile dalle macchine e a chi lo usa in un'attività professionale di dichiarare i deep fake. L'etichetta però viaggia nei metadati, e ogni ricompressione può toglierla: trovarla è una prova, non trovarla non lo è. Gli obblighi, con le date, sono raccolti in cosa impone il regolamento europeo sull'IA.
I limiti
Dove questi controlli non arrivano
Una pagina che promettesse una risposta certa venderebbe la stessa cosa dei servizi di cui parla.
I rilevatori automatici non chiudono la questione
Un gruppo di ricercatori ha raccolto falsi realmente circolati in rete nel 2024 — 45 ore di video, 1 975 immagini, 88 siti diversi — e ci ha fatto girare sopra i rilevatori disponibili: rispetto ai punteggi dichiarati sui dataset accademici, la capacità di discriminare è crollata del 45% sui modelli per immagini e del 50% su quelli per video.
- Una percentuale restituita da un sito gratuito è un'opinione, non un referto.
- Stessa diffidenza vale per un sito che promette più di quanto può fare.
Cosa non dimostra niente
Un file senza metadati, una foto sgranata, un fondo sfocato, una posa strana: capitano ogni giorno a immagini autentiche. Vale anche il contrario — nessuno dei controlli qui sopra prova che una foto sia genuina.
- Quando la posta in gioco è alta, la domanda giusta non è «è vera?» ma «chi l'ha pubblicata per primo, e da dove dice di averla presa?».
Se il falso riguarda te
L'ordine cambia: prima si mette al sicuro la prova, poi si verifica. Fai le schermate con indirizzo e data visibili, non cancellare i messaggi, non rispondere a chi chiede denaro.
- I passaggi successivi e gli indirizzi italiani sono in cosa fare quando l'immagine falsa riguarda te.